Influenza aviaria: cosa significa oggi per la professione tra sanità animale, filiere e One Health

a cura di Daniela Mulas
06/02/2026
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Influenza aviaria: cosa significa oggi per la professione tra sanità animale, filiere e One Health Negli ultimi anni l’influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI) non può più essere considerata un evento sporadico, confinato a stagioni “eccezionali” o a singole aree geografiche. La dinamica epidemiologica osservata in Europa suggerisce con crescente chiarezza che la pressione d’infezione legata agli uccelli selvatici e la conseguente probabilità di introduzione negli allevamenti rappresentano un elemento strutturale della sanità animale contemporanea.

Per l’Italia, il tema è tutt’altro che astratto. Gli aggiornamenti istituzionali e l’assetto dei programmi di sorveglianza confermano che l’approccio richiesto non è solo emergenziale, ma programmatorio: continuità della sorveglianza, applicazione coerente delle misure di prevenzione e contenimento, standard operativi verificabili e integrazione tra livelli territoriali e filiere. In questo quadro, il ruolo dei medici veterinari è centrale per tre ragioni.

La prima è tecnica: la professione dispone degli strumenti per leggere l’evento sanitario non soltanto come “focolaio”, ma come fenomeno che nasce dall’interazione tra fauna selvatica, ambiente, sistemi produttivi e movimentazioni. La seconda è organizzativa: il medico veterinario è uno snodo tra aziende, filiere, servizi e laboratori, e può facilitare tracciabilità e tempestività delle azioni. La terza è comunicativa: quando l’attenzione pubblica oscilla tra allarme e disinteresse, servono messaggi chiari, coerenti e basati su evidenze, capaci di tradursi in comportamenti corretti.

Un punto rilevante, per evitare equivoci, riguarda la distinzione tra “fare diagnosi” e “fare sorveglianza”. La sorveglianza efficace non coincide con l’attesa del caso “perfetto” o con la certezza immediata. Nella pratica quotidiana, il segnale precoce è spesso un’anomalia: incremento inatteso di mortalità o morbilità, andamento clinico inusuale, comparsa di segni respiratori e/o neurologici in gruppi omogenei, oppure eventi di mortalità nella fauna selvatica in prossimità di aree produttive. Riconoscere l’anomalia, raccogliere un’anamnesi epidemiologica accurata e attivare correttamente i canali previsti è già una parte determinante della prevenzione. In questa fase la professionalità si misura nella qualità dei dati e nella capacità di trasformare un sospetto ragionevole in un percorso ordinato, gestionale e comunicativo. Accanto alla sorveglianza, il secondo pilastro è la prevenzione applicata con continuità. Per i medici veterinari, “biosicurezza” significa soprattutto rendere stabili e verificabili le pratiche che riducono la probabilità di introduzione e diffusione dell’agente patogeno. Il valore aggiunto, oggi, sta meno nell’elenco delle misure e più nella loro tenuta nel tempo: quando diventano routine consolidata (formazione, controlli interni, correzioni), la risposta agli eventi sospetti è più rapida e l’impatto complessivo — anche organizzativo — risulta più contenuto. Un ulteriore elemento che merita attenzione è la rilevazione di infezioni in specie diverse dagli uccelli e, più in generale, l’interfaccia tra specie in una prospettiva One Health. Questo non implica automaticamente un cambio di scenario, ma richiama un principio di prudenza: in contesti complessi aumenta la necessità di tempestività nell’identificazione delle anomalie, appropriatezza dei comportamenti professionali e qualità della comunicazione. Ed è proprio la comunicazione il terzo pilastro. L’influenza aviaria viene spesso raccontata con due registri opposti: o come “emergenza assoluta” oppure come tema esclusivamente tecnico. La comunicazione istituzionale utile, invece, aiuta operatori e cittadini a capire cosa fare con messaggi sobri e applicabili. Un modello semplice e replicabile nella pratica è: cosa sappiamo, cosa non sappiamo, cosa facciamo da oggi.

Riportare i fatti e il contesto, dichiarare i limiti e indicare azioni proporzionate e realistiche riduce sia l’allarmismo sia l’inerzia, migliorando l’adesione alle misure. Nella prospettiva delle filiere, infine, l’influenza aviaria ricorda che il rischio non è solo sanitario: è anche organizzativo, economico e di benessere animale. Le misure di contenimento e le eventuali restrizioni incidono su programmazione e continuità operativa; per questo le competenze dei medici veterinari vanno esercitate in modo integrato. In tale ottica, la prevenzione ben impostata non è un costo “aggiuntivo”, ma un investimento che riduce la probabilità di interruzioni e abbassa l’impatto delle misure straordinarie.

L’influenza aviaria è un banco di prova concreto per l’approccio One Health: sorveglianza attenta, prevenzione quotidiana, lavoro in rete e comunicazione responsabile. Per i medici veterinari, la sfida non è inseguire l’emergenza, ma consolidare una pratica stabile e verificabile: intercettare presto, contenere bene, spiegare meglio, mantenendo standard elevati anche quando “non fa notizia”.

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