“Se stermina le api…” la diagnosi chi la fa?
“Se stermina le api…” la diagnosi chi la fa?

Slow Food impegnata a ridare valore al cibo, nel rispetto di chi lo produce, in armonia con l’ambiente e gli ecosistemi, non si rende capace di dare una corretta informazione all’utenza, in fatto di apicoltura.
La conferenza che si è svolta il 27 Ottobre alle ore 12 presso il Lingotto Fiere a Torino, nell’ambito del Salone Internazionale del Gusto e Terra Madre, non ha voluto sentire la voce dei Veterinari in fatto di morie delle api.
“Se stermina le api… è ancora agricoltura?”: già nel titolo si attribuisce all’agricoltura la responsabilità dello sterminio delle api. Evidentemente il grande pubblico deve conoscere una sola verità. Quella che fa comodo ai produttori. Eppure alcuni pesticidi agricoli presenti negli alveari e probabilmente corresponsabili della loro morte, non derivano dai trattamenti agricoli bensì da cattive pratiche apistiche.
I monitoraggi condotti in Italia per accertare la tipologia delle molecole presenti nella cera, nel polline e nelle api, lo dicono. Taluni pesticidi rinvenuti negli alveari risultano vietati in agricoltura e in Europa dal 2003, impossibile che derivino dalle coltivazioni circostanti gli apiari. Il cocktail chimico somministrato per la cura di alcune patologie è la causa della loro ridotta forza vitale. I pesticidi fanno il resto.
I saperi che garantiscono la salute ed il benessere degli animali allevati e la salubrità degli alimenti non sono custoditi unicamente dai produttori. Slow Food sembra ignorare che la gestione 'bricò' delle patologie animali non tutela il consumatore. Le api ammalate non possono produrre cibi sani e la loro cura deve essere appropriata e fatta con farmaci regolarmente registrati.
Se agli animali sono somministrate molecole illecite, sicuramente ce le ritroveremo nel piatto 'Siamo consapevoli che le molecole che danneggiano il loro sistema nervoso certamente non possono far bene al nostro..e derivano non solo dall’agricoltura ma anche da una scorretta gestione di allevamento?'
Perché non prevedere allora anche un intervento di un medico veterinario nel dibattito, per assicurare al pubblico del Salone Internazionale del Gusto un’informazione corretta?