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Direttiva 2026: la sanità pubblica veterinaria come infrastruttura del Paese

a cura di Daniela Mulas
13/02/2026
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Tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, il Ministero della Salute ha pubblicato la Direttiva generale per l’azione amministrativa e la gestione 2026: un documento che, al di là del linguaggio formale, indica con chiarezza una direzione politica e tecnica. In quel perimetro trova spazio un messaggio che riguarda da vicino i medici veterinari: rafforzare la sanità pubblica veterinaria, migliorando prevenzione e gestione delle emergenze epidemiche animali, comprese le zoonosi, e contrastando l’antimicrobico-resistenza.

È un richiamo che arriva in un tempo in cui la complessità non è più episodica. Le emergenze non sono “parentesi”: diventano scenario. Cambiamenti climatici, intensificazione degli scambi, pressione su ecosistemi e fauna selvatica, nuove sensibilità sociali su benessere animale e sicurezza alimentare: tutto concorre a rendere la prevenzione una priorità non negoziabile. Perché prevenire non significa “fare di più”: significa fare prima, con metodo, e fare meglio, con responsabilità condivise.

La Direttiva 2026, letta con l’occhio di chi lavora sul territorio, parla di sorveglianza e di prontezza operativa. La prima non è un elenco di adempimenti: è la capacità di leggere i segnali deboli, intercettare precocemente ciò che cambia, trasformare l’osservazione in decisione. La seconda è la traduzione pratica della preparedness: procedure chiare, catene di comando comprensibili, scambio dati efficace, comunicazione del rischio corretta e tempestiva. In questi snodi, il ruolo dei medici veterinari è decisivo: perché nessun protocollo regge se non incontra competenza, presenza e continuità professionale. C’è poi il capitolo dell’antimicrobico-resistenza, che la Direttiva richiama esplicitamente.

È un tema tecnico ma anche culturale: riguarda la qualità della diagnosi, l’appropriatezza della terapia, l’organizzazione della prevenzione e della biosicurezza, il dialogo con chi alleva e con chi cura. Ridurre l’uso improprio non è un obiettivo “contro” qualcuno: è un obiettivo “per” tutti, perché tutela efficacia delle cure, sostenibilità dei sistemi produttivi e fiducia dei cittadini. Un altro elemento che merita attenzione è ciò che la Direttiva sottintende: integrazione. In sanità pubblica veterinaria non esistono soluzioni isolate. Funziona ciò che connette: sanità animale e sicurezza alimentare, territorio e laboratori, servizi pubblici e filiere, comunicazione e gestione tecnica. È esattamente qui che la comunità professionale può fare la differenza: portando evidenze, proponendo strumenti operativi, costruendo alleanze tra istituzioni e operatori. FNOVI legge questa Direttiva come un’opportunità e, insieme, come una responsabilità. Opportunità di consolidare il riconoscimento del lavoro dei medici veterinari come presidio di salute pubblica. Responsabilità di trasformare gli indirizzi in azioni: formazione mirata, standard operativi condivisi, valorizzazione delle competenze, cultura della prevenzione, capacità di parlare con una voce chiara e autorevole.

Il 2026, in altre parole, non chiede semplicemente di “reggere” la complessità: chiede di governarla. E la sanità pubblica veterinaria è una delle infrastrutture che rendono il Paese più sicuro, più resiliente e più credibile. Lavorare sulla prevenzione oggi significa evitare crisi domani. E significa, soprattutto, mettere la competenza dei medici veterinari al centro di una strategia che riguarda tutti: animali, persone, ambiente.


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