
Che la mixomatosi fosse una malattia “fuori moda”, lo sapevamo da tempo. E non è una novità anche che sia oggetto di scarso interesse e attenzione da parte di larga parte del mondo veterinario, se si esclude cioè quella trentina-quarantina di veterinari che operano nel settore della coniglicoltura, anch’esso piuttosto negletto e in crisi cronica profonda.
Non deve quindi stupire che la normativa che regola il comportamento da adottare in caso di Mixomatosi (O.A.C.I.S. 15/9/1955. “Norme per la profilassi della mixomatosi del coniglio” modificata da O.A.C.I.S. 1/12/1957) sia la stessa da oltre 50 anni, da quando cioè la malattia ha fatto la sua comparsa in Italia e nel resto d’Europa.
Che la mixomatosi fosse una malattia “fuori moda”, lo sapevamo da tempo. E non è una novità anche che sia oggetto di scarso interesse e attenzione da parte di larga parte del mondo veterinario, se si esclude cioè quella trentina-quarantina di veterinari che operano nel settore della coniglicoltura, anch’esso piuttosto negletto e in crisi cronica profonda.
Non deve quindi stupire che la normativa che regola il comportamento da adottare in caso di Mixomatosi (O.A.C.I.S. 15/9/1955. “Norme per la profilassi della mixomatosi del coniglio” modificata da O.A.C.I.S. 1/12/1957) sia la stessa da oltre 50 anni, da quando cioè la malattia ha fatto la sua comparsa in Italia e nel resto d’Europa.
Tutto ciò nonostante che, nel frattempo:
a) la coniglicoltura abbia assunto una dimensione industriale (l’Italia è il secondo Paese produttore al mondo ed il settore è il quarto comparto zootecnico nazionale);
b) la malattia si sia endemizzata nel nostro territorio (la presenza di un ospite selvatico sensibile la rende di fatto non eradicabile);
c) nuove cognizioni scientifiche sulle caratteristiche, sulla natura (dalla fine degli anni ’80 esiste anche una forma amixomatosica, respiratoria, sostenuta da ceppi attenuati) e sul modo di trasmissione della malattia siano state acquisite;
d) altri Paesi dell’UE abbiano adottato misure meno penalizzanti per gli allevatori e più idonee rispetto all’attuale tipologia dell'allevamento cunicolo.
Resta il fatto che la mixomatosi è una malattia della Lista OIE e soprattutto è ancora ampiamente diffusa nelle popolazioni selvatiche e nei piccoli allevamenti rurali (solo quest’anno nel laboratorio del Centro di Referenza per le Malattie Virali dei Lagomorfi dell’IZSLER di Brescia sono stati registrati circa 50 positività). Essa inoltre è causa di “grossi” problemi in allevamenti industriali, nei quali, quando si manifesta, si registrano gravi perdite, anche in termini economici.
Anche se a questo proposito non si hanno dei dati certi ed ufficiali poiché, viste le norme di Polizia Veterinaria altamente penalizzanti e assolutamente non idonee e tagliate sulla realtà degli allevamenti industriali (che non esistevano ai tempi della loro emanazione….!) nessuno si azzarda a denunciare i casi…..…..
Ma va anche detto che pochi sono i gruppi di ricerca che lavorano sui vari aspetti diagnostici, profilattici e patogenetici della mixomatosi sia in Italia che all’Estero, poche quindi le pubblicazioni nella letteratura internazionale, pochi gli studi epidemiologici e le attività di monitoraggio sul territorio, pochi di fatto gli investimenti e le risorse. Ma anche il Ministero della Salute è sordo alle richieste di revisione della normativa (del resto se dovesse basarsi sulle denuncie che riceve, è comprensibile che non lo ritenga un problema). Revisione della normativa che potrebbe portare ad avere norme realmente applicabili ed efficaci, a ripristinare una griglia di controllo ufficiale della sanità degli allevamenti cunicoli, a raccogliere dati statistici indispensabili sulla frequenza, morbilità, mortalità ed evoluzione epidemiologica dell’infezione da virus della mixomatosi.
Ciò premesso capita di doversi occupare e parlare di mixomatosi nel momento in cui un quotidiano nazionale riprende e commenta il provvedimento di ASL milanese, impegnata a fronteggiare e risolvere una ”epidemia di mixomatosi”.
Tralasciando l’ingenuità nel definire epidemico un episodio di una malattia endemica in Italia da quasi 60 anni, quello che veramente sorprende è constatare come l'epidemiosorveglianza italiana faccia acqua da tutte le parti, come i veterinari competenti e definiti per ruoli istituzionali vengano di rado coinvolti, come insomma certe volte si agisca con approssimazione più preoccupati di “dover fare qualcosa” piuttosto che di fare qualcosa di realmente utile e funzionale.
Non ha quindi molto senso, abbozzare tentativi di controllo della malattia, rispolverando norme quali la “Zona di protezione” “nella quale è vietato liberare e prelevare conigli ed è obbligatorio segnalare la presenza di carcasse” con il solo scopo di “permettere agli specialisti dell'Asl di prelevarle e di distruggerle”, che sono di fatto prive di efficacia vista la presenza della malattia nel selvatico e soprattutto le modalità di trasmissione legata alla presenza di vettori.
Sarebbe forse più proficuo e professionalmente gratificante analizzare seriamente il problema in senso epidemiologico. Chi conosce la malattia sa, infatti, che nella sua forma “naturale” può manifestarsi con ampie variazioni annuali stagionali legate a diversi fattori:
- Abbondanza di conigli (densità e struttura della popolazione)
- Stato immunologico
- Abbondanza e tipo di vettori (zanzare)
- Clima che, se umido, favorisce un aumento sensibile delle zanzare (pensiamo alla piovosita registrata ad agosto di quest’anno, ad esempio, quanto possa aver favorito lo sviluppo di vettori competenti)
- Virulenza dei ceppi virali
Insomma, forti del vecchio detto che “non è importante che se ne parli bene o male, ma che ne parli”, l’augurio e la speranza sono quelli di cogliere l’occasione del ritorno alle cronache della mixomatosi per rinnovare l’interesse verso questa malattia “dimenticata” e ritrovare un consenso tra gli operatori di sanità veterinaria.
In particolare è auspicabile un approccio più interdisciplinare che coinvolga nel concreto gli esperti e le figure di riferimento che pure esistono, al fine di configurare il problema (se problema c’è!) nella sua reale consistenza, analizzarne le caratteristiche e comprenderne l’evoluzione per, alla fine, pianificare degli interventi che siano realmente produttivi e utili, ma anche qualificanti per la professione veterinaria.